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Longarini assolto con formula piena dalle accuse di induzione indebita, favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio: «ma non si può tornare indietro»

Angelo Musumarra
Pasquale Longarini a Palazzo di giustizia a Milanoj

Chissà chi ripagherà Pasquale Longarini, 59 anni, ora magistrato civile presso il Tribunale di Imperia, che era candidato a guidare la Procura della Repubblica di Aosta, di due anni di «agonia», sulla base di un'inchiesta che gli contestava i gravi reati di induzione indebita, favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio, accuse che, nel pomeriggio di martedì 9 aprile, sono state completamente dissolte da una sentenza di assoluzione con formula piena "perché il fatto non sussiste".
Guido Salvini, Giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Milano, competente per giudicare i reati contestati al magistrato valdostano, ha infatto assolto Longarini ed i co-imputati dell'inchiesta, l'imprenditore Gerardo Cuomo, titolare del "Caseificio valdostano - Ristor food" di Pollein, costretto anche lui agli arresti domiciliari, e l'albergatore Sergio Barathier, socio dell'hotel "Royal & Golf" di Courmayeur: il pubblico ministero Giovanni Polizzi, che potrà presentare ricorso in Appello contro la sentenza, aveva chiesto una pena di tre anni di carcere per Longarini, due per Cuomo e due mesi per Barathier.

Due mesi di arresti domiciliari, la sospensione ed il nuovo incarico a trecento chilometri da casa. Negli ultimi due anni Longarini ha dovuto subire due mesi di arresti domiciliari, dal 30 gennaio al 31 marzo 2017, (confermati il 7 febbraio, dopo una richiesta di revoca, a causa della "sussistenza delle esigenze cautelari" e per il fatto che "non si sono affievoliti i gravi indizi di colpevolezza") la sospensione dal lavoro (e quindi dallo stipendio) dal 9 febbraio da parte del "Csm - Consiglio superiore della Magistratura", fino a quando, dopo la presentazione, ad ottobre, della richiesta di reinserimento, è stato assegnato, il 25 gennaio 2018, al Tribunale civile di Imperia, ad oltre trecento chilometri da casa, costretto a cambiare totalmente le abitudini di vita, che erano state impostate con cura, anche in funzione di problemi di salute cronici di un familiare.
«E' un arresto pazzesco, che però che ci dice che c'è purtroppo del marcio in Valle d'Aosta ed io temo che questo marcio sia infiltrato a troppi livelli - aveva commentato, davanti al Tribunale, l'attuale ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che era salito ad Aosta per la "Foire de Saint-Ours" il giorno dopo l'arresto di Longarini - immaginamo che possano venire fuori ben altri retroscena, che ci sia la malavita che controlla tante attività imprenditoriali ed è altrettanto evidente che controlla l'elezione di tanti politici. Non è possibile che chi dovrebbe controllare finisce in galera».
Nei due anni di calvario Longarini, che non ha mai perso il supporto di diversi colleghi e collaboratori, oltre che quello dei familiari ed in particolare della moglie, sempre accanto a lui anche durante le udienze del processo, ha dovuto sopportare il blocco dei conti bancari, al punto di dover rivendere l'auto seminuova, ipotizzando, in certi momenti, anche di abbandonare la Magistratura.

Le amicizie di Longarini considerate "favoritismi". Gli inquirenti, coordinati dalla Giudice milanese Giuseppina Barbara, che hanno aperto il fascicolo sulla base di una specifica segnalazione, avevano contestato a Pasquale Longarini di aver indotto Sergio Barathier, sul quale gravava un procedimento penale per reati fiscali, dal quale era poi stato assolto, a servirsi del "Caseificio valdostano" di Gerardo Cuomo per l'acquisto dei prodotti alimentari per il suo albergo, con ordini che, complessivamente, erano stati quantificati tra i settantamila ed i centomila euro.
L'amicizia con Cuomo, che era nata dalla frequentazione dei rispettivi figli, avrebbe portato il magistrato, sempre secondo le accuse, ad informarlo, nei primi mesi del 2016, di avere sotto controllo il telefono da parte della "Direzione distrettuale antimafia" di Torino, in un'indagine, coperta dal segreto d'ufficio, che coinvolgeva Giuseppe Nirta, ucciso il 9 giugno 2017, all'età di 52 anni, ad Aguilas, in Spagna, dove lavorava nel settore dell'import-export di alimentari. Nirta, originario di San Luca, località in provincia di Reggio Calabria, per un periodo era stato residente in Valle d'Aosta ed aveva dei precedenti penali per spaccio di stupefacenti oltre ad essere stato coinvolto, nel 2011, nell'operazione "Minotauro" sull'infiltrazione della 'ndrangheta in Piemonte.
Gli inquirenti hanno contestato a Longarini ed a Cuomo "favoritismi", come la fornitura di "prodotti caseari" (mozzarelle) ed una vacanza in Marocco di tre giorni, a settembre 2016, considerata come "remunerazione" per la "sollecita disponibilità" del magistrato nei confronti dell'imprenditore, che aveva pagato, tramite il "Caseificio valdostano" le spese di soggiorno. Come hanno spiegato gli stessi interessati, era in realtà un viaggio di lavoro organizzato dall'imprenditore valdostano Claudio Leo Personettaz, che opera pra Praga, amico personale sia di Longarini che di Cuomo, che aveva pagato i biglietti aerei, ed aveva coinvolto anche l'allora consigliere delegato del Forte di Bard, Gabriele Accornero, trasferta che era funzionale alla valutazione di forniture alimentari al Forte da parte del "Caseificio valdostano", alla quale Longarini era stato invitato, riconoscendo poi, durante gli interrogatori, che era stata «una leggerezza».
Il 27 aprile 2017 era quindi arrivata la richiesta di processo per Longarini, Cuomo e Barathier, che avevano deciso, a luglio, di ricorrere al "rito abbreviato", poi risultato più lungo di quello ordinario e lo scorso 18 febbraio erano stati acquisiti anche gli atti dell'operazione "Geenna", in cui nessuno dei tre imputati era coinvolto, anche se erano citati nelle carte.

«Qualsiasi processo è un tritacarne, e purtroppo non si può tornare indietro». Dopo la lettura della sentenza, le cui motivazioni saranno depositate tra novanta giorni, in cui il Gup Salvini riterrebbe che non sarebbero state provati, in particolare, i vantaggi che il magistrato aostano avrebbe ottenuto nell'esercizio della sua professione, e che le contestazioni siano da inquadrare esclusivamente in una condotta disinvolta e superficiale,
Longarini, uscendo da Palazzo di giustizia, ha preferito non fare nessun commento, mentre il suo avvocato, Anna Chiusano, che lo ha difeso insieme al collega valdostano Claudio Soro, assistito da Corinne Margueret, ha evidenziato come «è una sentenza che si meritava, dopo un calvario lungo e faticoso».
«Qualunque processo è un tritacarne - aggiunge la Chiusano a 12vda - sconvolge la vita di qualunque persona, dal punto di vista personale, professionale ed umano, purtroppo è sempre un tratto comune. Il dottor Longarini aveva una notorietà ed un prestigio che è stato messo in forte discussione e purtroppo non si può tornare indietro. Siamo contenti che sia stata fatta chiarezza e, come sempre abbiamo sostenuto, la vicenda aveva da un lato dell'incredibile, e dall'altro dei tratti veramente molto singolari. Io ero a Roma quando appresi che il dottor Longarini era stato tratto in arresto, non avevo ancora la sua difesa ed avuto modo di conoscerlo per aver fatto dei processi con lui, è lo trovato già incredibile proprio conoscendo il personaggio e quando ho letto gli atti la mia convinzione si è rafforzata».
Per Maria Rita Bagalà, che ha difeso Cuomo insieme al collega Gilberto Rozzi, la sentenza «tecnicamente ci stava tutta, ci speravamo, però non siamo incoscienti e fino alla fine avevamo timore perché infatti non si sa mai le cose come vanno. Per noi questa era la sentenza che ci aspettavamo e che doveva essere resa, adesso vedremo in seguito, al momento siamo veramente contenti».

A Longarini è stato attribuito un urlo liberatorio dopo l'assoluzione, sentito ma non visto, dato che la zona del Tribunale di Milano dove si è tenuto il processo è stata interdetta alle macchine fotografiche ed alle telecamere, con i giornalisti, come era successo anche durante le udienze, tenuti a distanza di sicurezza. In realtà ad esprimere esplicitamente l'apprezzamento per l'assoluzione e ad aggiungere l'esclamazione «Dio esiste!», sarebbe stato un amico del magistrato, che era rimasto in attesa fuori dall'aula: «in ogni caso io sono ateo - ha commentato il giudice Salvini - e la sentenza l'ho fatta io».
Due settimane fa Gerardo Cuomo era stato invece condannato dal Tribunale di Aosta per corruzione e turbativa d'asta, con il Giudice Paolo De Paola che gli ha inflitto una pena di tre anni ed otto mesi di reclusione. Insieme a lui sono stati condannati, per i medesimi reati, Gabriele Accornero a quattro anni, sei mesi e venti giorni e per la sola corruzione, l'ex presidente della Regione Augusto Rollandin, a quattro anni e sei mesi. I tre sono stati assolti dal reato di associazione a delinquere.

ultimo aggiornamento: 
Mercoledì 10 Aprile '19, h.10.35

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